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Filippo Poponesi - Popof - Nove Colli 2010

EMILIA-ROMAGNA - FORLI'-CESENA

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Nove Colli 2010.

L’inizio...(Popof)


Chiariamo subito una cosa: non stiamo parlando dei simpatici cuccioli della Disney prolificati fino a raddoppiarsi. Anzi, diciamo proprio che si è trattato di “quattro gatti”, poco più di un centinaio di pazzi furiosi me compreso, pronti a consumare un paio di centimetri buoni di suola per percorrere i 202 chilometri della Nove Colli Running. Una gara podistica così famosa che neanche il titolare della pizzeria di Cesenatico dove il Popof Team ha cenato la sera di venerdì 22 maggio conosceva, nonostante che proprio quella sia la località di partenza e di arrivo della competizione. Infatti la Nove Colli è ben più nota come gara ciclistica, giunta quest’anno alla XXXIX° edizione. Di lì a due giorni, circa undici mila bikers (pochi?) si sarebbero dati battaglia a suon di pedalate, una piccola parte correndo nella notte del sabato ed il resto all’indomani. Anche il sottoscritto era ignaro dell’esistenza di un’Ultramaratona italiana così lunga. Almeno fino al traguardo della 100 KM del Passatore 2008, quando, dopo essere arrivato, distrutto ma felice, al termine della gara, oltre a San Giuseppe sopra la traversa (come Fantozzi) ho visto un simpatico podista andarsi a ritirare il suo bel pacco gara indossando una canotta con il numero 200 stampato sulle spalle e la domanda è scattata fulminea: “Scusa, ma cosa vuol dire 200? Non saranno mica chilometri?” E lui: “Si, è la canotta della Nove Colli, una gara podistica da 200 chilometri”. “E tu l’hai fatta?”, replico io. E lui: “Si. Ho vinto la scorsa edizione!”. Era Daniele Menichini. Io e due dei fedeli compagni che mi avevano accompagnato in questa 100, il buon The Rock e l’Apo (l’amico Davide Apolloni detto “L’Apo e-‘l càn”, dato che sovente lo si incontra a passeggio con il suo cucciolo a quattro zampe) ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Me cojoni!” E lì, è scattata in me …  la “pazza idea”, che non è quella di Patty Pravo, ma comunque sempre di patti si trattava: “Patti chiari …” ho detto agli altri. “Prima o poi la faccio!”. Beh, sono sincero: non pensavo che la molla sarebbe scattata così presto! Soprattutto quando all’inizio di quest’anno il mio dolce peso era lievitato fino ai 90 kg ed i chilometri percorsi tutti insieme neanche 20.

 

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Al cross di Gubbio sembravo il Gabibbo in Calzamaglia, alla “Scalata al Subasio di Gennaio ero arrivato in cima quasi collassato, mentre alla Strasimeno ero riuscito a malapena ad arrivare a Magione, il traguardo del 30°, ed era già marzo inoltrato. Quale mente insana avrebbe potuto pensare di andarsi a sciroppare cinque maratone tutte insieme (con ben 90 km di salite) da lì a poco più di due mesi e in quello stato di forma? Ok. Vi aiuto. La mia. Cerco comunque il conforto di un grande, Giorgio Garello, secondo al traguardo nella scorsa edizione e gli chiedo tramite e-mail (è stata la mia salvezza, poiché temo che se mi avesse avuto davanti mi avrebbe subito accompagnato da “uno bravo” come usa suol dirsi quando si ha la necessità di essere curati da un luminare): “Ciao Giorgio. Secondo te ce la posso fare a preparare la Nove Colli in due mesi?” E lui, senza insultarmi da gran signore qual è: “Non credo che due mesi siano sufficienti per preparare una 200 km”. Era il 7 aprile. Ma chi mi conosce lo sa: se mi metto in testa una cosa è abbastanza difficile togliermela (un po’ come Cesare Ragazzi). E così, con cinque/sei chili in meno, qualche lungo da 60 km, un paio di mezze, la Maratona di Roma, la Grifonissima, la 50 di Romagna ed una decina di “Panoramiche” (niente a che vedere con il dentista, in quanto si tratta di un fantastico giro da 10 km circa che sale dal percorso verde di Perugia fino alla Città della Domenica, detta anche Città dei Ragazzi) corse a gruppi di due, tre e cinque, eccomi il 23 maggio 2009 pronto al via, in una giornata così calda che Dan Peterson sarebbe scappato a rinfrescarsi a Chattanuga Tennessee (good idea, Dan), dove il sole ti spacca in quattro, mmmh–mmmmhhhh (vedi pubblicità anni ’80 del Thè Lipthon). La squadra è carica ed eccitatissima e la Popo-mobile zeppa di ogni cosa. Infatti, come da mia solita perfetta organizzazione … niente è stato pianificato! E così,  per paura di essermi dimenticato qualcosa, mi sono portato di tutto … tranne l’acqua! Maccheccazz …. “Ragazzi”, dico agli altri, “appena possibile dovreste comperare, ehm,  un po’ d’acqua. Quella che mi ero portato da casa è finita”. “Cominciamo bene”, penso fra me e me, anche se credo che il pensiero sia stato unanime. Sono felice, però, che al Popof-team si è aggiunto mio padre, giunto nella mattinata di sabato bici-munito. Il suo scopo non è quello di aiutarmi ad ultimare la gara, ma, conoscendomi, cercare di spingermi a forza dentro la macchina nel caso in cui mi fossi trovato a strisciare per la stanchezza e con i piedi gonfi per le vesciche, ben sapendo che non avrei avuto nessuna intenzione di mollare fino a che non fossi arrivato al traguardo. Praticamente Giorgio è lì per cercare di salvare la vita a suo figlio. Gli voglio un  gran bene e lo capisco. Probabilmente lo farei anch’io … ma per fortuna io ho una femmina che non ha la passione del podismo.

 

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Che culo!

Il “babbo” pensa di accompagnarmi per una ventina di chilometri e poi di ritornare indietro. Mi basta. La sola sua presenza è un grande stimolo in più, anche se Gigi e Silvia sono già i miei motori ausiliari, pronti ad accendersi in qualsiasi momento. Le idee, comunque, sono poche … ma ben confuse ed infatti faccio avanti ed indietro dall’auto parcheggiata in prossimità della partenza fino alla sala briefing, circa 400 metri, almeno quattro volte, come se i chilometri che avrei dovuto fare non sarebbero stati abbastanza. Alla quarta volta decido finalmente di prepararmi, mentre tutti gli altri erano già pronti alla partenza. Dopo aver chiesto a Silvia di avvisarmi nel caso in cui il gruppo si approssimasse a fare le foto di rito prima del via, corro per l’ennesima volta verso l’auto e, come da previsione, pochi minuti dopo squilla il cellulare. Era Silvia. “Muoviti … già che le speranze di arrivare sono poche, ti sei perso anche la benedizione del Prete!” E andiamo!!! Con le mani impastate di vaselina, una scarpa si ed una no, la crema solare che mi colava dappertutto e la bandana calata sugli occhi, riesco a malapena a rispondere, dicendole che sarei stato la in pochi minuti. E via, altra corsa. Devo dire che mi sentivo già abbastanza stanco ed un po’ teso e legato, ma … per fortuna (si fa per dire) … il sole mi stava sciogliendo (questa non è male...).

 

La partenza… (Popof)


Foto di gruppo, tutti ammassati, caldo pazzesco. Li a fianco il canale. La voglia di tuffarsi sta quasi prendendo il sopravvento, ma il count-down mi trattiene: dieci, nove, otto, etc. etc. Una voce improvvisamente grida: “Filippo”. Mi giro e vedo l’amico Sceva (che non è Shevchenko del Milan ma l’ancor più mitico Stefano Scevaroli, IUTAMAN per vocazione) che, dopo aver attirato il mio sguardo mi fa una foto. Felice di vederlo, mi avvicino per salutarlo. Giusto il tempo di una stretta di mano e … bang! Partiti. Dai che ne mancano solo 202, penso fra me e me. E’ finita! (in genere mi aiuto così …). Comunque sto bene. Il caldo non mi dà troppo fastidio ma so che devo cercare di tenere bassa la temperatura del corpo più che posso, in particolare della testa e così inizia l’affannosa ricerca dell’acqua, ricerca che mi (ci) accompagnerà poi per quasi tutta la gara. Mio padre è già determinante perché, in quel frangente (non sapevamo se avremmo incontrato fontanelle lungo i primi km), … è l’unico che ha in tasca i soldi. Infatti la macchina appoggio era ancora ferma a Cesenatico ed il buon The Rock (l’amico fraterno Gigi) che mi seguiva anche lui in bici, come me a tutto aveva pensato meno che a portarsi dietro il portafoglio, lasciato giustamente in auto. Ed è così che da Giorgio arriva la provvidenziale, primissima di una lunga serie, bottiglia d’acqua. Dio, quante me ne passeranno lui, Silvia e Gigi in quelle 28 ore e 44. E così, pian piano ci avviamo verso il primo grande ristoro, luogo in cui verrà data anche la seconda partenza, quella delle 14.00. Arrivo già mezzo lesso e la fame è praticamente “zero”. Però, questa è una gara in cui, se non mangi, “sei del gatto” (come diciamo dalle nostre parti). Ingoio a forza un piattino di pasta, un paio di fragole e continuo a bere, a bere, a bere.

Poi, mi prendo una bottiglietta e saluto i due ciclisti, G & G (Giorgio e Gigi) che si stavano rifocillando, mentre dell’ammiraglia … ancora neanche l‘ombra. “Vabbè”, penso fra me e me. “Sarà la prima conseguenza della mancata benedizione”. E così mi avvio a scalare il primo colle, il Polenta, ed un pensiero mi coglie: “Se il nome è tutto un programma, daje che almeno lassù … se magna!”. Invece il caldo è atroce ed ogni occasione è buona per scroccare una bella inzuppata dalle fontanelle delle case dislocate lungo il percorso. Ma quando arriva il turno della fontanella piazzata in cima al colle, beh, non ci crederete ma mi sentivo così bene che l’ho addirittura snobbata, grazie, comunque, al fatto che gli amici al seguito mi avevano da poco rifornito. Ed in questa fase avviene il miracolo (uno dei tanti). Mi trovo involontariamente a correre con un podista che, come me, non ha proprio l’aspetto del triatleta o Ultramarathon Man, ma sembra che sappia il fatto suo. Io, che comunque in ogni situazione ci metto sempre un pizzico di sano agonismo, lo tengo d’occhio e provo ad accelerare, ma poi mi accorgo che il suo passo è molto simile al mio e pian piano ci troviamo a correre o camminare fianco a fianco. Iniziamo inevitabilmente a scambiare qualche parola. Era il grande, mitico Luciano (il Bolzacchi), campione di rally-sherpa, una disciplina che solo lui, pochi altri e qualche “lama peruviano” sono in grado di affrontare. E’ in gamba e come lui l’altro grande amico che lo sta sostenendo seguendolo in auto, Luca Zava, che poi scoprirò essere un altro campione, nello sport ed anche nella vita. Insieme ai miei compagni d’avventura formiamo una carovana come poche altre ce n’erano, un gruppo unito che alla fine si dimostrerà essere vincente. Fina dai primi passi percorsi insieme Luciano mi dice: “In questa gara non devi avere fretta. L’esperienza acquisita scalando le vette ed i ghiacciai mi ha insegnato che si devono centellinare le forze per arrivare fino in fondo. Qui, al massimo si rischia di non finire una gara. Lassù in montagna, se non fai così rischi di non portare a casa la pelle!”. In due parole, lui chiamava tutto ciò “SAGGEZZA ALPINA”. E probabilmente, la saggezza alpina di Luciano mi ha permesso di arrivare in fondo, … e bene! Affrontiamo insieme il secondo colle, Pieve di Rivoschio, e siamo consapevoli del fatto che lì a breve (si fa per dire) il caldo sarebbe diminuito, contribuendo a far aumentare un po’ l’appetito che, fino a quel momento, stava latitando.

 

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Di lucciole, di grilli, e di altre sciocchezze… (The Rock)


Il sole sta per tramontare, giustamente stanco dopo aver buttato ininterrottamente calore per tutta la giornata, quando nell'attaccare la salita del Ciola, un Popof, stranamente silenzioso, mi fa un cenno d'invito con la mano e mi dice "Dai roccia: ora tocca a te..."
A dire il vero ero già pronto a questo momento: dopo i primi 26 a seguirlo in bici, gli accordi erano che sarei intervenuto a sua richiesta, e il momento era finalmente arrivato.
La mia presenza comunque era di pura coreografia: erano ormai km che ora correva, ora marciava in compagnia di Luciano da Cremona: un innamorato delle vette alpine (almeno 300 all'attivo) con un'incursione himalayana a conquistarsi giusta fama per girellare a 8000 mt con 60 kg. di zaino sulle spalle. "Saggezza alpina" è il suo motto: che si materializza nell'affrontare le salite più impervie camminando, per poi recuperare nei tratti di discesa e pianura.
Popof, forte anche dei consigli dell'esperto altro amico cremonese Luca, (un marcantonio fatto con l'accetta, con due tatuaggi ai polpacci a suggellare le ultime sue imprese: la Spartatlon e appunto la nove colli...) ascolta e diligentemente mette in pratica.
Io mi accodo attento a replicare l'andatura dei due, godendomi una vista mozzafiato sui colori meravigliosi della natura tutt'intorno, mentre un susseguirsi di tornanti ci conduce faticosamente al punto di ristoro nei pressi dello scollinamento.
Sono fragole e grana ad attirare la mia... "curiosità", cominciamo la discesa mentre le ombre della sera prendono rapidamente il sopravvento.
Verso Mercato Saraceno prende forma quanto riportato da un podista francese sul suo racconto della gara ai conterranei: una miriade di lucciole... centinaia, forse alcune migliaia, nei campi, fossi, siepi ad illuminare il cammino al ritmo del canto di grilli, rane, uccelli notturni, quasi fossero magistralmente orchestrati.
I due scalmanati brevemente gradiscono, ma subito cominciano a pensare al Barbotto: il colle seguente, oggetto di leggendari epici racconti di podisti e ciclisti a riposo a causa delle pendenze non di poco conto.
Io ascolto e li seguo in religioso silenzio, facendo un pensierino al pasta party a mò di sagra paesana, che sarà giusto premio della faticosa ascesa.
Le luci del ristoro guidano l'incedere lento, mentre i primi ciclisti della gara notturna ci superano non senza farci mancare incoraggiamenti e commenti di ammirazione.
Su in cima è proprio una gran festa: pasta calda, piadina, prosciutto, bruschette, frutta a volontà con una damigiana di sangiovese in bella mostra per i più audaci... io, come a carte, inizialmente stò: poi saluto e non faccio mancare il mio apprezzamento a tanta ospitalità.
Loro intanto ripartono inghiottiti dall'oscurità, mimetizzandosi tra le lucciole per effetto dei braccialetti a luce intermittente messi a disposizione dall'organizzazione.
Ancora non siamo neanche a metà percorso, (sono 84 i km lasciati alle spalle) la lunga magica notte romagnola è appena iniziata.. così metto qualcosa d'asciutto e rientro nell'ammiraglia della squadra Popof, incoraggiando di volta in volta "Manfredonia" che brontolando come una vecchia zia ci rimprovera con un "calma guagliò: a Cesenatico dobbiamo arrivare" o il francese che fà:"je suis tranquil: si j'arrive je suis heureux... autrement à la plage et... bon: GELLATTI! (e mima il tutto con una classica pernacchia transalpina) mentre il suo amico prova a riprendersi da un'indigestione d'acqua. Intanto la notte scorre abbastanza tranquilla, con Filippo che sul Perticara ha mal di stomaco e si affida ai rimedi di Luca e Luciano...

 

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La notte è buia… (The Rock)


L'ascesa breve ma aspra a Monte Tiffi é alle spalle, archiviata come un fascicolo polveroso insieme agli ormai 107 km scivolati indietro. Saranno le 2 di notte e il Perticara, seguito dal Pugliano, coi i loro 9 km di salita ciascuno, rappresentano un'altra tappa fondamentale, se non l'ultimo arduo scoglio, verso una meta che in quel momento non deve in alcun modo far parte dei nostri pensieri.
Luca, da bravo motivatore, racconta della piazzetta del paese che ci aspetta su in cima, vestita a festa solo per noi: gente ospitale che veglia il nostro sopraggiungere con tante cose buone da mangiare.
Filippo per la prima volta non si mostra troppo tranquillo:"sono preoccupato, (mi confida) ho mal di stomaco... stavolta è dura...". Cerco di tranquillizzarlo, minimizzando e imputando il problema a tutto quello che ha ingoiato. Luca, che ha un rimedio a tutto, gli offre un qualcosa di naturale che poco dopo sembra avere effetto.
L'ultimo tratto è abbastanza impegnativo, ma le luci sempre più vicine simboleggiano il premio a tanta fatica, traguardo desiderato almeno quanto il Natale per i bambini, tanto per dare un'idea.
Per Filippo e Luciano c'è del brodo caldo con dei cubetti di pane tostato che fanno da toccasana. Io, più terreno, mi regalo del grana e due belle fette di pane vero con del salame fatto e tagliato come Dio comanda, al quale non ho saputo resistere.
Si fanno anche massaggiare e li vedo ripartire alla volta del Pugliano abbastanza rinfrancati.
Intanto la notte entra nel suo momento più buio... e una certa stanchezza, comincia a farsi sentire anche tra di noi... le lancette ora scorrono un po’ più lente: è il momento di tenere duro e andare avanti. Con i primi chiarori il fisico urla la sua ribellione al sonno negato, e le luci di un bar aperto assumono la forma della Stella Polare per il navigante nelle tenebre.
Il caffè, da dimenticare in fretta, ha almeno il merito di svegliarci un po’, e torna l'allegria del vedere Popof, fermarsi e inzuppare i biscotti portati da casa nel cappuccino che Silvia gli ha portato.
Il mio programma prevede di lasciare una trentina di km nelle gambe per l'ultimo tratto, quando stanchezza e temperatura avrebbero potuto farsi sentire, ma stare fermi in macchina, così senza far niente è quasi una tortura, e mi decido per un altro breve tratto insieme a loro. Passiamo sotto la rocca di San Leo, (Cagliostro, li dentro non dev’esserserla spassata) e lentamente scendiamo a valle.

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Mancano poco più di 50 km e provo ad accennare un incoraggiamento sul fatto che le salite più dure le abbiamo lasciate, insieme al grosso dei km, non ricevendo troppo entusiasmo: la strada è ancora lunga. Per alleggerire, attraversando il ponte sul fiume a valle, la butto sul ridere, dicendo che a far passare lì sopra dopo 150 km può comportare anche bei rischi suggerendo strane idee.
Intanto il sole è bello alto, ad annunciare un'altra giornata di fuoco. Raggiungiamo la piazzola del bar dove ci aspettano le ammiraglie, Luca coperto dal costumino da iron-man è già andato a far compere e si presenta con una bracciata di ghiaccioli per i due pargoletti (che sembrano gradire) e per un altro malcapitato parmense che ci raggiunge durante la sosta.
Intanto Popof ha ripreso coraggio: sente che ha le gambe e si mette a fare l'andatura... "ancora 2 colli ed è finita" gli sussurro con un filo di voce. Siamo ai piedi del Passo delle siepi (penultimo colle) risalgo a malincuore in macchina per lasciare del fieno in cascina.

 

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Adrenaline … (The Rock)


L'ultimo colle è il Gorolo, forse è meno famoso degli altri per altimetria e lunghezza della salita, (poco meno di 5 km) ma non è certo una passeggiata perché la pendenza è notevole, sono più di 24 ore che stiamo in strada, e su allo zenit c'è "un sole che spacca la coda alle rane " per dirla alla Dalla. E' già cominciata da parecchio la carovana degli 11.000 ciclisti verso Cesenatico e le difficoltà per la Squadra Popof sono aumentate: Filippo e Luciano devono tenere la sinistra per non intralciare i ciclisti, mentre noi, a destra, dobbiamo fermarci di continuo per il bisogno d'acqua (che comincia a scarseggiare) sempre più frequente, attenti a non far spiaccicare nessun atleta in due ruote sul lunotto posteriore dell’auto.
Il caldo e la fatica si fanno sentire anche per loro, e siamo davvero in difficoltà di fronte alle incessanti richieste d'acqua. Luciano ha un accenno di crisi, che da duro qual'è affronta stoicamente senza un lamento... ma il volto è una maschera di fatica e Luca, contrariamente agli accordi di aspettare il valico, scende e lo affianca poggiandogli la mano sulla schiena.
Mancheranno un paio di km al ristoro in cima, e da lì ancora 30 all'arrivo... non so più aspettare neanche io e mi inserisco a serrare le fila tra Popof e loro due.
La salita si fa sentire sulle gambe e va ad aggiungersi ai km e alla stanchezza delle ultime 24 ore... "ma come faranno" (penso) prima dello scollinamento incontriamo il cartello degli ultimi 30 km e Luca urla a squarciagola a Filippo più avanti:"leggi cosa c'è scritto!" e lui senza voltarsi accenna il n. 3 con le dita della mano.
Al ristoro ci bagniamo bene e mangiamo della frutta secca, Luca incoraggia Luciano con delle proiezioni sul tempo: secondo lui c'è margine per arrivare tranquilli entro il tempo limite delle 30 ore (il solo pensiero fa venire la pelle d'oca..).
Luciano sta ancora lottando con la crisi, e insieme si concorda che noi due aumenteremo l'andatura, con Filippo combattuto che ipotizza di aspettarli prima del traguardo.
Ora siamo soli, e conoscendo l'individuo, comincio timidamente a lavorarlo nella sua parte sensibile:"al valico eri 26°, te ne sei accorto?" e subito dopo (spudoratamente) "andiamo a prendere la Gloria... chissà com'è?" poi, attingiamo alla dispensa d'incoraggiamenti del maestro Galeazzi con battute del tipo:"non c'è tempo per morire..." o peggio ancora:"andiamo a scrivere la storia!" con Popof che incassa e replica con un "buono che ancora la strada è lunga."

Ormai però ci crede alla grande, e accenniamo qualche timido cambio di passo.
La botta d'adrenalina ci viene data dalla vista del grattacielo di Cesenatico che su un'altura si riesce a scorgere, e liberiamo un po’ di tensione con delle urla.
Fa un caldo infernale e il bisogno d'acqua si fa incessante... una fontanella assume le sembianze di un oasi nel deserto, e "Squadra Popof" non esita a chiederne alle case lungo il percorso. Prima di Savignano avvistiamo a qualche centinaio di metri un podista in difficoltà:"25...(faccio) andiamo a prenderlo!" aumentiamo un po’ l'andatura per poi rallentare appena più avanti... Poi ne avvistiamo un altro... "24!"... poi "23!" poi "22: dai che arriviamo nei primi 20!" Nei tornanti a scendere l'asfalto nuovo di zecca, attira tanto calore da spingere un treno a vapore... bagniamo la testa in continuazione ma sembra stare su di una graticola. L'ultimo tratto non passa mai, il grattacielo sembra sempre alla stessa distanza, e tre persone a distanze diverse danno tutte la stessa risposta: 8 km all'arrivo (sembra un incubo, e decidiamo di non chiederlo più) cominciamo a scherzare per soffocare l'emozione, nel frattempo recuperiamo un paio di posizioni:"quello lo conosco: l'ha fatta 5 volte!" commenta Popof a 1/2 metro da terra ... La febbre è alta ma abbiamo i brividi nell'avvertire la voce dello speaker... Popof per un attimo ride, poi piange, poi avvistiamo un altro podista più avanti sul lungomare, poi ancora un altro paio... "Andiamo a prenderli!" provo ad incitarlo, e, incredibilmente, dopo oltre 28 ore e 40 e quasi 202 km, trova ancora energia per la volata... ne superiamo altri due, mentre uno riesce ad allungare. Ad un centinaio di metri vado per uscire dalle transenne, ma Filippo, con un filo di voce mi ordina di restare con lui... Poi è l'apoteosi con Popof che sale sul palco e lo speaker... (inconsapevole del rischio a cui va incontro:-) gli passa il microfono in mano e... 'fanculo Popof: m'hai fatto piagne ...

 

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Anche Luciano, superata la crisi, ha chiuso l'impresa entro le 30 ore: l'ho incontrato coi suoi amici subito dopo l'arrivo mentre Popof era alle prese con... dettagli burocratici (vedi foto di seguito evidenziate) ... già sapeva tutto: dell'arrivo di Popof e che dal palco poco prima l'aveva ringraziato... ha sorseggiato una coca e, come solo i duri sanno fare, come niente fosse, si è alzato, ha raccolto le sue cose, ed è andato a fare il bagno al mare tra gli insulti affettuosi di un Luca più contento di lui...)
Conclusione …(Popof)
Che dire … una delle esperienze più emozionanti della mia vita. Talmente dura, talmente difficile, talmente impegnativa, talmente massacrante … che sarebbe un vero delitto non ripeterla!!!  Ebbene si, sono certo che la rifarò perché è stato tutto così meravigliosamente bello che non posso non riprovarci.
Partire in 100, arrivare in 34 e piazzarsi 17° dopo 28 ore e tre quarti ti dà una carica che non smetteresti mai di correre.  E chi vi parla, vi garantisco, non è un appassionato della corsa. Lo faccio solo per rimanere entro la soglia della decenza fisica  (con scarsi risultati, vedi sotto). Penso di essere l’unico che il giorno dopo aver corso 202 chilometri pesavo un chilo in più!!!
Vorrei ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicini, innanzitutto la mia fidanzata Silvia che, oltre ad aver guidato quasi ininterrottamente per tutte le 29 ore di gara, mi è stata sempre vicina dandomi buona parte dell’energia di cui avevo bisogno.


Infine mio padre Giorgio, un grande (… beh, d’altronde “Buon sangue non mente! ).

Un abbraccio ed un grande bacio anche a “Miss B” altra nostra carissima amica.
Vorrei fare i complimenti a Mario Castagnoli per la perfetta organizzazione e per la sua costante presenza lungo il percorso.
Vi lascio qualche immagine di cosa è rimasto dei miei poveri piedi al termine della gara, frutto della mia inesperienza e incommensurabile voglia di arrivare al traguardo.  Nonostante avessi avuto la possibilità mille volte, non ho mai minimamente pensato di cambiare calze e scarpe fradice d’acqua e sudore. La prossima volta … me ne ricorderò!
Infine, vorrei fare i complimenti a tutti coloro che hanno partecipato, perché come ha detto Mario prima della partenza, il solo il decidere di trovarsi ai nastri di partenza è comunque una vittoria. Grandissimi complimenti a coloro che sono riusciti ad arrivare al traguardo e tanto di cappello a coloro che l’hanno fatto senza un’auto di appoggio. Dei veri “Uomini d’acciaio”.

 

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Un abbraccio a tutti ed a presto! … (… ma non prima di aver raggiunto il traguardo della Spartathlon, settembre 2010!).

 

Da Perugia,

 

Filippo Poponesi “Popof” & Pierluigi Ciaccio “The Rock”

 

 

Leggi la storia della vittoria nella 24h di Fano 2010 di Filippo Poponesi

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