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Giuseppe (Pippo) Ruffino - Sconfinare nell' estremo...

SICILIA - PALERMO

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Aconcagua Summit, 6965 m.
In cima alla montagna più alta d'America.


Di Pippo Ruffino


PROLOGO


ConfluenciaCamp, Argentina, quota 3370 m.
27/02/2010 0re 03,34. Terremoto.

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Io e Steve dormivamo profondamente nei nostri sacchi a pelo ben protetti dal freddo della notte, quando siamo stati bruscamente svegliati da un movimento ondulatorio che scuoteva violentemente la nostra tenda. Per qualche secondo, ancora assonnati, ci siamo guardati in silenzio senza capire cosa stesse accadendo; abbiamo pensato ad uno scherzo, poi mi sono reso conto che a muoversi era anche la terra sulla quale stavo seduto; la sensazione, che non dimenticherò mai, è stata quella di essere sdraiato sulla riva del mare mentre le onde da sotto mi spostavano leggermente avanti e indietro. Lunghi e interminabili secondi, alla fine dei quali ho esclamato: “Earthquake !!” cioè terremoto. Da fuori la tenda arrivavano le grida di una donna che in russo chiamava le sue amiche, e il suo idioma si confondeva con altre lingue, su tutte l'inglese e lo spagnolo; mi sono alzato di scatto ho aperto la zip della tenda e guardato fuori. La luna piena era alta nel cielo e, mentre ombre mi passavano correndo davanti in tutte le direzioni, il terremoto ha esaurito la sua energia distruttiva.

 

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Ma quando il peggio sembrava essere passato si è sentito provenire da lontano un fortissimo
rumore: Il sisma aveva provocato il distacco di numerosi massi che dalla cima precipitavano verso il fondovalle. La luce emessa dalla luna rischiarava la notte e in quel semi-buio ascoltavo quel rumore di massi avvicinarsi; prima che questi terminassero la loro corsa, si alzò un'enorme nuvola di polvere che avvolse tutto il campo. Restai immobile, nudo, in parte ancora avvolto nel sacco a pelo ma pronto a fuggire lontano, se fosse arrivato qualche masso.
Ma non accadde nulla e subito scese il silenzio su quella atmosfera surreale.
Solo la mattina dopo ci accorgemmo che molti massi erano finiti sul sentiero a un centinaio di metri dalle nostre tende, rompendo in piu' punti i tubi che portavano l'acqua da un fiume al campo.

 

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Questa è stata la mia prima notte nel Parque Regional dell'Aconcagua.
Plaza the Mulas,Campo base, quota 4370 m.
1/03/2010


Ieri abbiamo lasciato Confluencia e, dopo 8 h.30' di marcia, abbiamo raggiunto Plaza the Mulas, da dove proseguiremo il nostro processo di acclimatazione per tentare la vetta tra una decina di giorni.
Da questo campo base saliremo al Campo 1, circa 700 m. più su, portando una parte del materiale necessario per poi ridiscendere il giorno stesso; quindi, torneremo in alto alla medesima quota con il resto del materiale (tende, sacchi a pelo...) per dormirci. Seguiremo questo schema, cioè salire in alto dormire in basso e ritornare il giorno dopo in alto a dormire, anche per i campi e le quote successive (Campo 2 quota 5800 m. e Campo 3 quota 6200 m.).

 

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Ieri, durante la marcia di avvicinamento, la montagna ha mostrato uno dei suoi lati peggiori.

Nel giro di 10 minuti una radiosa giornata si è velocemente trasformata investendoci con una bufera di neve accompagnata da tuoni e fulmini che oltre ad elettrizzare l'aria mi hanno reso inquieto e desideroso di arrivare; ma salendo di quota non potevo permettermi di accelerare il passo, anzi dovevo sforzarmi di camminare lentamente altrimenti sarebbe aumentata notevolmente la possibilità di soffrire di mal di testa, nausea, inappetenza e vomito, con il rischio di dover tornare indietro abbandonando anzitempo la spedizione.

 

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La vita al campo base scorre con dei ritmi abbastanza lenti, apparentemente persino noiosi e ripetitivi: sveglia, colazione, pranzo, cena e a letto appena fa buio. Questi sono dei cardini attorno ai quali ruota la giornata di un alpinista al campo base; il resto del tempo libero viene speso leggendo, passeggiando, chiaccherando ma soprattutto controllando e scegliendo il materiale per i campi alti, cosciente che un errore può compromettere la realizzazione di un sogno accarezzato per mesi o persino la sua incolumità.

 

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Campo 1, Canada Camp, quota 5050 m.
5/3/2010


Oggi finalmente abbiamo lasciato Plaza the Mulas risalendo il versante Nord della montagna fino ai 5050, dove abbiamo allestito il campo in un luogo bellissimo. A pochi passi dalla mia tenda si apre un' abisso di quasi mille metri fin giù nella vallata di Horcones; alla mia destra alcune vette tra le quali spicca El Cuerno e alle mie spalle la parete nord dell' Aconcagua, le cui rocce al tramonto si accendono di rosso fuoco.

 

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Le comodità” del campo base qui non ci sono più. Muovendoci lentamente, con il mal di montagna sempre in agguato, ci dividiamo i compiti: mentre alcuni cucinano altri si occupano di raccogliere e filtrare l'acqua da un rigagnolo che scende giù dalla montagna, e quando la stanchezza prende il sopravvento e si ha difficoltà a muoversi, ci sono le nostre 3 guide, Ozzy, Gaspar e Joshua, sempre pronte a darci una mano. Nei primi 3 giorni di trekking avevo sofferto di coliche renali, accompagnate da forti dolori nel fianco destro, probabilmente causate dall'acqua che avevo bevuto senza aggiungere delle pastiglie per disinfettarla. Adesso, dopo una settimana trascorsa in montagna, sto bene e seduto su un masso mi godo un bellissimo tramonto, a lungo dominato da 3 colori: nero, blu e rosso.

 

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Campo 2, Nido de Condores, quota 5610 m.
7/3/2010


Ancora bel tempo lungo la salita che da Campo 2 ci porta a Nido da Condores. Delle 4 h. preventivate per salire ne ho impiegate circa 2:30; anche per questo motivo l'umore dovrebbe essere buono ma la nostra guida Gaspar, dopo aver parlato al telefono satellitare con un ufficio meteo a Seattle, in nord America, ci comunica che dopo giorni di tempo stabile, durante la notte avrebbe iniziato a soffiare El blanco, un forte vento che risalendo dall'Antartide si abbatte sulla Patagonia con raffiche che possono superare i 200 km/h.

 

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Così nel pomeriggio rinforziamo le tende aggiungendo altri paletti e costruendo dei piccoli muretti con le pietre più grosse. Come preventivato, al tramonto si alza il vento. Durante la notte dall'interno della tenda sento in lontananza arrivare le raffiche di vento che, come un fiume in piena si incanalano velocemente lungo le valli per poi risalire il fianco della montagna per abbattersi violentemente sui teli delle nostre tende, schiacciandole, facendole quasi implodere, costringendoci a un continuo dormi-veglia
per il timore che una raffica troppo violenta le strappi lasciandoci nel cuore della notte senza protezione. Questo fenomeno dura qualche minuto, poi cessa improvvisamente, quindi riprende in un ciclo continuo che dura tutta la notte.

 

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Salita al Campo 3, Colera Camp, quota 6000 m. e ritorno al Campo 2.
8/3/2010


Questa mattina dopo aver atteso le ore più calde, abbiamo iniziato la ripida salita che porta a 6000 m., sempre accompagnati dal vento El Blanco, le cui raffiche mentre cammini ti costringono a fare pressione sui bastoni da trekking per non perdere l'equilibrio. Io sbaglio ritmo e parto troppo veloce, “bruciando” quasi 200 m. di dislivello in 30 minuti, lasciando il gruppo molto più indietro; il risultato di questa “bravata” è che le ore successive trascorse a salire e, ancor peggio, quelle a 6000 m. fermo per acclimatarmi, si trasformano in un' autentica tortura. Mi sento come se mi avessero drogato, quasi in uno stato letargico; appena posso mi appoggio per riposare, totalmente disinteressato al paesaggio persino a mangiare e a bere, con il solo desiderio di tornarmene al Campo 2. Ancora oggi i ricordi di quella giornata mi appaiono sfocati. La sera in tenda recupero le forze ripromettendomi di non commettere più simili ingenuità, tenendo anche conto che il giorno della vetta è ormai prossimo.

 

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Aconcagua Summit, 6965 m.
10/3/2010


La sveglia suona alle 03:00 a.m. e la partenza è fissata un'ora dopo. La notte è trascorsa dormendo poco a causa dell'alta quota e del freddo intenso; io ho un sacco a pelo troppo leggero e durante la notte la temperatura è scesa a -17°, costringendomi ad indossare i capi più pesanti.

 

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Alle 04:00, frontali accese, ramponi ai piedi, picozze in mano e passamontagna sul viso, ci incamminiamo silenziosamente in fila verso la vetta. Dopo 1h.di marcia Lars, il fortissimo norvegese che con gli sci ai piedi ha già raggiunto sia il Polo Sud che il Polo Nord si sente male; vomita e viene velocemente riaccompagnato giù al Campo a 6000 m. Anche io soffro e accetto volentieri del caffè bollente che una delle guide mi offre direttamente dal suo thermos.

 

4

 

E' l'alba quando, dopo una ripida salita, raggiungiamo a quota 6450 m., una cresta detta Portezuela del Viento sul versante ovest della montagna. Qui, non più protetti dalle pareti rocciose, veniamo investiti dai gelidi venti che ci costringono ad un ulteriore sforzo. Stordito per il freddo e per la fatica mi fermo ad indossare la mia giacca imbottita con 800 gr di piume, la face musk e gli occhiali protettivi.

 

6

 

Faticosamente riparto, ma presto letteralmente mi strappo la face musk di neoprene che mi protegge il viso dal freddo perchè ho difficoltà a respirare; come conseguenza il giorno dopo mi ritroverò dei frostbite, cioè dei piccoli congelamenti sul viso. Mentre salgo vedo venirmi incontro Joshua, una delle nostre guide che tiene sottobraccio una ragazza russa appartenente ad un'altra spedizione.

 

2

 

La vedo venirmi incontro, con il giubbotto aperto, senza un guanto, con il viso cianotico, inebetita e sorridente ed in
evidente stato confusionale; giunta dinanzi a me si ferma, mi dice qualcosa nella sua lingua ed inizia a ridere. Joshua, arrivato un attimo dopo, l'afferra sotto il braccio e la spinge verso quote più basse dove verrà prelevata da un elicottero. Così facendo le ha salvato la vita, ma non ha potuto impedire che al campo base le amputassero un dito ormai congelato.

 

7

 

A quota 6600 m. affrontiamo la faticosa Canaleta, un pendio inclinato di 35° che porta fin sotto la vetta. Io, Sara, Osvaldo e Zack decidiamo di procedere slegati, così da poter avanzare ognuno con il proprio passo senza rallentare o stancare gli altri. Io do fondo a tutte le mie energie; ad ogni passo avverto una forte pressione sul petto mentre il cuore batte fortissimo. Cerco di stare concentrato, di non guardare la fine della salita e soprattutto sto attento a piantare bene lo scarpone e la picozza sulla neve e sul ghiaccio, perchè un solo appoggio sbagliato significherebbe scivolare giù....Più salgo più le soste si fanno frequenti. Guardo la vetta e so che arriverò, che questa tortura finirà, ma non ricordo di aver mai sofferto tanto in una scalata.

 

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A 6900 m. la salita diventa meno ripida ma non meno faticosa a causa della quota. Mi volto e dietro di me alla mia destra, vedo l'enorme e ripida parete sud dell' Aconcagua. Il vento e la quota rendono il cielo più terso e mi sembra quasi di poter toccare con mano le sue pareti ghiacciate; una foto della sud dell' Aconcagua campeggia su una parete del mio studio da più di un anno facendomi sognare un momento che finalmente è quasi arrivato.

 

10

 

Gli ultimi 65 m. richiedono quasi 30' minuti.
Di quella mezz'ora ricordo poco. Sapevo che stavo per coronare un sogno lungamente accarezzato; nel mio animo c'erano un turbinio di sensazioni, di ricordi di quando non osavo neanche dirlo a me stesso che un giorno forse avrei tentato di scalare la montagna più alta del mondo al di fuori della catena himalaiana; e quando le emozioni prendevano il sopravvento e le lacrime mi rigavano le guance, c'era sempre “l'aria sottile” che mi obbligava a rallentare, a fermarmi e che mi ricordava che ero a quasi 7000 m. e che non dovevo dare troppo spazio alle emozioni.

 

11

 

In vetta sostammo un' ora. I ricordi più vivi di quei momenti sono il colore del cielo: blu scuro, a volte nero, a secondo della posizione del sole e la curvatura dell' orizzonte, per la prima volta vista dal vivo e non dall'oblò di un boeing. In discesa ci siamo legati in cordata. Molti di noi, me compreso, avevano speso tante energie e non è un caso che la maggior parte degli incidenti in montagna accada proprio in discesa. Una, forse due volte sono scivolato, ma la corda era ben tesa e immediatamente mi sono rialzato. Tornati a 6400 m., la pressione dell'ossigeno è aumentata e l'aria si è fatta più respirabile e quasi miracolosamente ho riacquistato le forze. Così slegati abbiamo fatto ritorno alle nostre tende ognuno con il proprio ritmo.

 

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Il rientro:dai 6000 m. ai 2750 m di Puente de Inca
11-12/03/2010


Sono stati due giorni di marcia molto intensi. L'aver vinto la montagna non vuol dire che le fatiche siano finite, anzi....Con la mente sono già lontano da questo luogo, ma fisicamente devo guadagnarmi il ritorno a casa. Il primo giorno scendiamo di quasi 2000 m. di dislivello fino a Plaza de Mulas, il Campo Base; più scendiamo più è facile respirare, ma dopo quasi 2 settimane la fatica comincia farsi sentire. Troviamo un campo base semi-deserto. I guardia-parco ci informano che siamo l'ultima spedizione; dopo di noi sono attesi soltanto altri 2 ragazzi, perchè ormai siamo a metà Marzo e la stagione delle scalate volge al termine.(Come accade sulle nostre Alpi in Autunno).

 

14


Il giorno successivo ci aspetta una ultima lunga camminata di 35 km. Marciamo, ci superiamo, con il morale alle stelle spesso cantiamo, tutto ormai sembra facile.
Nel primo pomeriggio sento il bisogno di correre. E così, incurante del peso dello zaino e del percorso molto accidentato, saluto i miei compagni e comincio a correre. Non so se loro avranno compreso questo mio bisogno più interiore che fisico; magari qualcuno avrà pensato si trattasse di esibizionismo o peggio di dimostrare la mia superiorità atletica, ma io sentivo solo un gran bisogno di farlo...e l'ho fatto! Ed ho vissuto 2 ore magiche!

 

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E così, con un forte vento contrario che mi asciugava il sudore e mi faceva sentire meno la fatica, sono corso giù in fondo alla valle...verso una nuova Avventura.

 

1


Aconcagua, scheda tecnica.


Il Cerro Aconcagua, con i suoi 6965 m, si trova nel sud dell'Argentina vicino al confine con il Cile, ed è la vetta più alta del mondo al di fuori della catena himalaiana che si trova invece in Asia. La sua vetta fu raggiunta per la prima volta nel Gennaio 1897 da un alpinista inglese.

 

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La scalata lungo la via normale non richiede particolari abilità tecniche, ma risulta impegnativa per la quota e per le condizioni meteo. L'aria è molto secca ed è facile ritrovarsi con tosse e bruciore alle vie respiratorie, visto che il vento soffia costantemente. Per questo si passa buona parte della giornata indossando un foulard che copra naso e bocca, nel tentativo di umidificare l'aria inalata e di proteggersi dalla sabbia o dalla neve trasportata dal vento.

 

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Inoltre, quando sulla montagna soffia El Blanco, un gelido vento che dall'Antartide risale abbattendosi sulle Ande, la vita diventa impossibile. Molte spedizioni su questa montagna sono fallite perchè questo vento ha distrutto le loro tende, costringendo gli alpinisti a ridiscendere a fondovalle.

 

Ogni anno circa 3500 persone tentano l'ascensione dell'Aconcagua, ma solo il 60 % raggiunge la vetta.

 

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La sfida: Le Seven Summits.

 

Le Seven Summits, cioè le Sette Vette, sono le montagne più alte di ogni continente.
L'Aconcagua, con i suoi quasi 7000 m., è la seconda preceduta soltanto dall'Everest che con i suoi
8848 m., è ovviamente la montagna più alta del mondo.
Questa montagna è stata la mia terza 7summits, dopo il Kilimanjaro, che con i suoi 5895 m. è la
vetta più alta d'Africa, e L'Elbrus, 5645 m., la vetta più alta d'Europa (che non è il Monte Bianco
come molti credono!).

 

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La mia prossima 7summits sarà il Monte Vinson in Antartide.

Le difficoltà maggiori per questa scalata saranno innanzitutto di natura logistica. Non esistono voli di linea regolari per l'Antartide, ma solo una compagnia cilena che effettua 5 voli l'anno, tempo permettendo, con un enorme Illyushin 76, un aereo militare russo da carico che trasporta anche materiale e personale per le basi scientifiche in Antartide. Questo aereo parte da Punta Arenas in Cile con un preavviso di sole 2 ore
appena le condizioni meteo vengono giudicate accettabili, atterra sul ghiaccio, e senza spegnere i
motori, lascia scendere i pochi passeggeri che scaricano personalmente il materiale, quindi riparte
subito. Dunque saremo totalmente isolati dal resto del mondo e in caso di necessità non potremo
fare affidamento su aiuti esterni. Il clima è ovviamente l'altra grande difficoltà per la buona riuscita
della spedizione. La temperatura media a Dicembre (durante l'estate australe), si aggira intorno ai
-10° con punte anche di -50°.

 

5


Pensare di completare questa sfida concentrando le proprie forze solo su questi obiettivi è riduttivo
oltre che presuntuoso. Prima di salire l'Aconcagua ho valutato le mie possibilità mettendomi alla
prova in altre spedizioni, scalando ad esempio il Cotopaxi (5965 m) e il Chimborazo (6250 m.) in
Ecuador e il Pico de Orizaba in Messico (5750 m.). A Luglio partirò per la Bolivia per scalare
alcune vette sulla Cordillera Real tra le quali L' Illimani (6400 m).Va da sè che quasi
quotidianamente pratico sport aerobici (prevalentemente la corsa su sentieri) e tutte le volte che
posso vado ad arrampicare o a camminare in montagna.

 

Pippo Ruffino

 

 

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