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Mauro M. - Incendio a Firenze - Via de’ Servi - Aprile 2000

TOSCANA - FIRENZE

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 Mi viene difficile dare una definizione alla parola “eroismo”.

Ritengo un eroe quella persona che, in nome di un ideale, arriva a sacrificare se stesso.

Ma non sempre perché, altre volte, mi sento di chiamare eroe colui che, quotidianamente, affronta le difficoltà della vita riuscendo, anche a fatica, a superarle.

Spesso sono le circostanze della vita che ci pongono di fronte a fatti che, se affrontati con umiltà ed altruismo, ci mettono in condizione di fare molto per gli altri magari spendendo poco di noi.

Il mio lavoro, in quanto poliziotto,  mi ha posto numerose volte in quest’ultima condizione e, fortunatamente, mai nella necessità di sacrificare veramente me stesso.

Una di quelle volte è stato circa una decina di anni fa a Firenze.

 

Era una mattina di una tranquilla domenica primaverile quando, verso mezzogiorno e cioè poco prima di terminare il servizio di volante, la sala operativa disponeva di inviarci presso una via del centro perché un albergo era in fiamme.

Non era la prima volta che intervenivo in un incendio ed il più delle volte l’entità del rogo non era tale da destare preoccupazione.

Questa volta fu un po’ diverso.

Io ed il mio collega F.B., appena giunti in Via de’ Servi, ci trovammo davanti una scena cinematografica.

Una finestra al terzo piano dell’edificio era spalancata ed una donna sbracciava spaventata ed in lacrime, superata alle proprie spalle da vistose lingue di fuoco e denso fumo nero.

Negli incendi è proprio quest’ultimo il peggior nemico perché, ancor prima di essere raggiunti dalle fiamme si viene implacabilmente avvolti da quest’ultimo, senza scampo.

I Vigili del Fuoco ancora non erano giunti; io ed il mio collega ed amico non facemmo nemmeno in tempo ad urlare alla donna di mantenere un minimo di calma mentre noi avremmo cercato in qualche modo di raggiungerla che la stessa, terrorizzata, si mise a cavalcioni del davanzale e da lì in un attimo si appese con le braccia per lasciarsi precipitare giù.

Il mio sguardo cadde insieme a lei che, per fortuna, venne fermata dalla persiana in legno del piano sottostante, rimasta aperta perpendicolarmente alla facciata.

 

…anche nelle situazioni più tragiche, a volte, accadono fatti che hanno del grottesco….

 

La turista era praticamente balzata a cavallo dell’infisso del secondo piano!

La situazione per lei non però né comoda, né tanto meno sicura infatti, dolorante al basso ventre ed in equilibrio precario, stava per lasciarsi nuovamente andare e da lì la separavano dal duro asfalto solamente sette od otto metri di vuoto.

 

…..sembrano pochi? Eppure sono sufficienti a farsi molto, ma molto male…

 

Quando con F. vidi arrivare un’ambulanza pensai subito di farla parcheggiare ben accostata al di sotto della finestra in modo da ridurre l’altezza dal suolo.

Urlai ai numerosi curiosi presenti di procurarci una scala a pioli od una corda per improvvisare un soccorso in attesa dei Vigili del Fuoco che ancora non arrivavano.

 

…i colleghi non erano in ritardo fu solo che noi eravamo molto vicini ed in certi frangenti i pochi minuti di differenza nell’arrivo sembrano un’eternità e spesso sono determinanti…

 

Immediatamente vidi correre verso di noi un giovane sudamericano con una lunga scala a pioli in legno che, insieme a F., posizionammo sul tetto dell’ambulanza.

Mentre il collega F. la teneva ferma io salii sino a raggiungere la signora che si aggrappò a me (quasi volammo di sotto insieme) e piano piano riuscimmo a scendere sino al tetto dell’ambulanza, che sembrava da un momento all’altro cedere sotto il nostro peso, e da lì a terra.

Fatta accompagnare al Pronto Soccorso la corpulenta turista statunitense se la cavo con una forte contusione all'inguine ed un immenso spavento, mentre io ed il caro F., con un bell’esame del sangue arterioso perché per tutto il tempo avevamo respirato il fumo che dalle finestre fuoriusciva verso di noi che vi eravamo a ridosso.

L’apoteosi del grottesco avvenne poi quando, a distanza di tempo, furono premiati per il salvataggio i colleghi di un’altra pattuglia intervenuta nell’incendio ma estranea al soccorso alla donna.

Ma ciò ci importò poco.

La sensazione che mi rimane in queste circostanze, come già detto,  non è certo quella di sentirmi un eroe.

Nemmeno quella di aver compiuto chissà quale impresa.

Mi rimane dentro una sorte di rammarico per quanto, troppo spesso, le persone arrivano a farsi del male mentre il rispetto reciproco ed il bene comune sono valori che troppo spesso sacrifichiamo in nome dell’egoismo o del materialismo.

Forse essere eroi sarebbe proprio prendere coscienza dell’importanza dell’amore verso il prossimo, guardando tutti come fossero nostri fratelli, genitori o figli.

Da aiutare e da proteggere.

Forse il mondo sarebbe un posto migliore.

 

Mauro M.

 

 

 

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